I cittadini cavesi più attenti "denunciano" l'incuria della vegetazione con arcate invase da arbusti, alberi ed erbacce. Tra queste anche una baracca in ferro e una discarica.
Arcate invase da arbusti, alberi ed erbacce. Sotto una delle grandi falcate del cavalcavia anche una baracca in ferro, recintata e chiusa da un cancello fatto di ante di fortuna. Davanti, depositati come se fosse un angolo di una discarica, c'è una vecchia e arrugginita molazza, un mobiletto in metallo con rotelle, probabilmente appartenente in passato al vicino ospedale, con sopra un monitor e una stampante di un computer abbandonato.
Non manca un materasso, sottile ma ampio, rosso a quadri, richiuso su se stesso, appoggiato alla verticale del pilastro di pietre, accanto a materiale di risulta edile e cassette di plastica. Come se nulla fosse, un'auto parcheggiata proprio di fianco a quell'angolo di cloaca a cielo aperto, probabilmente di un dipendente del nosocomio, sembra dividere il passato, ora invisibile e trascurato a se stesso, con il presente. Il ponte rinascimentaletra la statale di via De Marinis e piazza San Francesco oggi appare così, in queste condizioni di abbandono ambientale, proteso verso il vallone Bonea che si estende a sud sino a Molina di Vietri, anch'esso in trasformazione in una vera e propria giungla amazzonica. Molto diverso da quello dipinto (intorno al 1790) dal pittore tedesco Jacob Philipp Hackert, allorquando fu inviato per desiderio della Regina Maria Carolina a raffigurare i più bei luoghi del Regno di Napoli, nella «Veduta de la Cava» conservato presso la Reggia di Caserta, città dove l'artista comprò un appartamento e visse intorno al 1770. Il ponte costruito alla fine del 1500, sembra, secondo le osservazioni polemiche di non pochi cittadini, che sia sfuggito anche all'attenzione degli ambientalisti, che invece hanno notato subito l'irregolarità della costruzione della rampa del sottovia veicolare, che sorge proprio di fronte, in corso di realizzazione dopo circa quattrocento anni dal suo famoso antenato, e fermato prima dalla Sovrintendenza, poi dal Tar e quindi dal Consiglio di Stato.
«Iniziato nel 1575 per collegare la strada da Nocera a Salerno, fu completato tra la fine del 1500 e l'inizio del 1600 - spiega Beatrice Sparano, responsabile dell'archivio storico cavese - è uno dei cinque ponti che caratterizzano il territorio, tre più piccoli come il ponte Surdolo e quelli di Santa Lucia e del Rio Secco nella zona dell'Epitaffio e i due più grandi a San Francesco e alla Molina, costruiti per la realizzazione della «via regia» necessaria dopo il passaggio nella vallata dell'imperatore Carlo V nel 1535». Oggi invece, l'incuria degli ultimi decenni lo sta trascinando in uno stato di abbandono permanente che però non è passato inosservato ai più attenti cittadini cavesi che rivorrebbero inoltre su quel tratto di strada il ritorno ad una pavimentazione fatta di pietre vesuviane al posto dell'asfalto e la sostituzione di quei lampioni, definiti «da giardino», con una illuminazione più adeguata al valore del ponte che fu ritratto da Hackert.
Corriere del Mezzogiorno del 25-2-2010
Corriere del Mezzogiorno del 25-2-2010



























